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Notizia del 01/05/2015
Expo, occasione persa o da non perdere? Il Mezzogiorno, sede naturale e mancata della grande kermesse sull’alimentazione, ha colto soltanto in parte le potenzialità dell’evento in programma a Milano da domani al 31 ottobre. Che cosa si può ancora fare per avere un ruolo centrale? Se ne discute alla tavola rotonda organizzata nella sala Siani dal quotidiano «Il Mattino» con produttori e imprenditori enogastronomici e rappresentanti istituzionali. Il Mattino: non è singolare che a nutrire il pianeta ci sia Mc Donald’s come sponsor assieme alla Coca Cola? Giuseppe Orefice, presidente Slow Food Campania: «L’Expo deve rappresentare tutto ciò che ha a che fare con il tema, e a noi fa addirittura piacere che la presenza anche di Mc Donald’s e Coca Cola, in spazi contigui, per sei mesi. Questa “vicinanza” fa sì che i visitatori possano scegliere, perché noi proponiamo un modello alternativo di sviluppo e utilizzo delle risorse. Facciamo innovazione, ritornando alle piccole produzioni e ai sistemi locali; difatti, il nostro punto di forza è la sovranità alimentare e la sostenibilità ambientale. Sul tema della biodiversità sarà visitabile, nei nostri 3.300 metri, una mostra permanente. In più, ci sarà un teatro per rappresentare un’idea di un cibo «buono e giusto», dando spazio a progetti di agricoltura civica e alla narrazione di queste esperienze, tra cui figurano le cooperative Don Peppe Diana. Insomma, l’Expo non è un’occasione ancora del tutto sprecata per far emergere una differente visione di produzione e distribuzione. Riteniamo ci sia ancora la possibilità di incidere». Franco Manna, Rosso pomodoro: «Sì, l’Expo deve essere rappresentare la biodiversità. Non un evento per fighetti. In quest’ottica noi abbiamo puntato sulla pizza che ci caratterizza nella ristorazione e ci dà visibilità nel mondo perché è un prodotto artigianale. L'impasto infatti viene preparato all'interno dei punti vendita, quindi c'è biodiversità anche nella produzione che questo è il motivo per cui si è candidata all'Unesco l’arte della pizza che cercheremo di rappresentare». Giuseppe Di Martino, presidente del consorzio Pasta di Gragnano: «Concordo, la presenza di Mc Donald's non è un problema. Anzi, sarà più facile mostrare le differenze. L’Expo,con i suoi 20 milioni di visitatori attesi, sarà l'occasione per lasciare un frammento nella storia». Sabino Basso, presidente di Confindustria Campania: «Anche io ritengo che Mc Donald’s come sponsor sia un falso problema. L’Esposizione universale resta senza dubbio una grandissima opportunità. Ed è una fortuna assistere a un evento unico nella storia del Paese, dopo aver visto tutto, dalla trasformazione dell’era agricola a quella post industriale. Per me la sede perfetta, però, sarebbe stata Roma». Antimo Caputo, amministratore delegato Antico Molino Caputo: «È senza dubbio meglio che l'esposizione sia a Milano. A Napoli non c'è una fiera, mancano gli ambienti: negli ultimi 30 anni non è stato recuperato uno spazio pubblico adeguato». Come si è immaginato il padiglione sul Mediterraneo? Cherubino Gambardella, architetto e progettista del Padiglione sul Mediterraneo: «Il villaggio biomediterraneo è il secondo più grande e paradossalmente uno di quelli che per fortuna è finito prima. Ma ha una storia complicata che vale la pena di raccontare partendo dalla riflessione che per me Expo è una grande manifestazione di democrazia perché mette insieme un piano alto e uno basso del cibo, dramma e lusso insieme. Io dirigo la cattedra di progettazione della Seconda Università di Napoli: nel 2012 il Politecnico mi invita a guidare un gruppo di ricercatori, dottorandi, architetti e studenti in un workshop internazionale di progettazione che avrebbe dovuto portare alla scelta del miglior progetto per rappresentare i Paesi mediterranei all’esposizione internazionale. Una sfida vinta. Un pezzo di Napoli e della Seconda Università di Napoli va a Milano: in 20 abbiamo lavorato come matti per 2 anni e mezzo per costruire questo grande spazio, con una piazza e una mostra centrale sulla dieta mediterranea». Il risultato? Gambardella: «I padiglioni sono scatole bianco latte elementari: ognuna è un Paese, un villaggio, un palazzo affacciato su asfalto e ginestre dipinte di tanti toni di azzurro come i colori del mare, simulando una Procida immaginaria. Una visione urbanistica e simbolica del rapporto con il cibo e quindi luogo di convivialità, di far stare insieme. Sono infatti partito da questa riflessione: è più buono un piatto di spaghetti e vongole sotto una pergola al sole o al chiuso?». La Campania in questa scacchiera può ancora avere un ruolo non marginale? Basso: «Con la mia azienda, ho aderito a un format su pizza e pasta. Ho fatto un bell’investimento per essere alla manifestazione per tutto il periodo. In più, per tre mesi, è prevista la presenza della Camera di Commercio di Avellino, con il Padiglione irpino. I 90 giorni di eventi sono organizzati con Cnr, attori e industrie locali, e alcuni dedicati al resto della Campania». La Camera di commercio di Avellino partecipa un po' per conto suo. La Regione Campania come intende coordinare queste spinte in avanti? Vito Amendolara, presidente dell'Osservatorio regionale Dieta mediterranea: «La premessa è che la Regione non gestisce eventi, ma agevola la presenza di imprese all’Expo e ha ancora 2 grossi problemi da affrontare in questa occasione: rilanciare l'immagine dopo il flagello che c'è stato in Campania sulle questioni ambientali, ed essere punto di riferimento su alcuni temi dell'edizione italiana. Non vendere, ma rappresentare quanto c'è di bello in questa terra e, probabilmente, dire qualcosa in più sul tema. L’altra iniziativa, promossa dalla Camera di Commercio di Avellino, ritengo che sia tutto sommato lodevole: è comunque una presenza importante e in quest’ambito la Regione userà 20 giornate messe a disposizione per dare spazio a rappresentanti del mondo scientifico e medico che vorranno proporre eventi. Uno l’11 luglio coinvolgerà le Università sul fronte della ricerca, la prevenzione e la nutraceutica». Qual è la cifra impegnata dalla Regione per sostenere i prodotti campani? Amendolara: «Anzitutto, 4 milioni sono stati messi in campo dalla Regione cui si aggiunge un milione in co-finanziamento con la presidenza del Consiglio dei ministri. Sono stati previsti 15mila passaggi pubblicitari, 80 al giorno per 6 mesi: all'Expo sarà così rappresentato l'agro-alimentare, i beni culturali e gli altri settori importanti. Immagini e mega-schermi serviranno a captare l'attenzione dei 20 milioni di visitatori, di cui la maggioranza italiani. Per attrarli in Campania sono anche stati pubblicati 4 bandi regionali, l'ultimo giovedì scorso. Un obiettivo è creare eventi sul territorio, dando fino al 40% di contributi a fondo perduto ad associazioni, consorzi e cooperative che organizzeranno eventi eno-gastronomici legati alla dieta mediterranea. Un altro bando riguardai tour operator e le associazioni che fanno incoming con pacchetti già definiti da raccoglierli e proporli in12 paesi attraverso una rete di esperti in marketing e contatti già instaurati. A seguire, dal 16 al 22 ottobre, altri eventi avranno testimonial campani, ma una prima promozione permanente sarà fatta nelle grandi stazioni e negli aeroporti d’Europae del resto del mondo». Anche gli imprenditori campani hanno investito e come? Manna: «Noi abbiamo investito, ma è stato un po' complicato. Nel 2013, personalmente, ho avuto un incontro con l'allora ministro all'agricoltura Nunzia de Girolamo per avere più informazioni. La sua risposta? “Non so chi gestirà e come”. D'altra parte, è opportuno ricordare che Expo è un format commerciale che coinvolge oggi 148 paesi, 20 regioni, 113 organizzazioni e 25 aziende private, e non prevede una gara d'appalto per rappresentare il meglio dell'Italia da parte di coloro che hanno comprato gli spazi. Ma, probabilmente, i visitatori saranno più della precedente edizione a Shangai: 20, se non 25 o 30 milioni di visitatori». Di Martino: «Il mio approccio all’Expo è frastagliato, poco integrato: prevede tra le altre iniziative sinergie con Slow Food e con altri fornitori di semola e quindi con la filiera del grano. In questi giorni mi stanno proponendo, però, ancora eventi, a costo zero o costi esagerati: c’è una certa schizofrenia organizzativa; probabilmente, non essendo ancora pronti, si cerca di riempire gli spazi presentando alle imprese varie possibilità». La sua azienda già esporta il 93% dei prodotti. Che cosa si aspetta? Di Martino: «È essenzialmente un atto di presenza. Non riesco a immaginare grandi possibilità di business». In che consiste il progetto sulla dieta mediterranea? Amendolara: «Si è avviata la costruzione della Carta dell'infanzia e la Campania è capofila di 10 regioni italiane per sperimentare e accendere i riflettori anche sulle mense pubbliche e scolastiche e dare indicazioni concrete. Cinquanta esperti stanno lavorando per presentare un giusto approccio in occasione dell’iniziativa fissata per il 24 luglio ma prima, il 22 maggio, è in programma un convegno internazionale sull’argomento. E un altro progetto riguarda l'educazione alimentare nelle scuole, da promuovere tutto l’anno, su cui è impegnato l'osservatorio regionale con l'Arsan. Obiettivo, cercare di coinvolgere ragazzi e famiglie. Pochi sanno ad esempio che la dieta mediterranea è nata nel Cilento». Manna: «Ma, dopo il disastro di Terra dei Fuochi, mi sarei aspettato all'Expo una Regione impegnata a dire che noi non abbiamo niente a che fare coni veleni. In Campania solo l'1% del territorio, forse, è coinvolto in questa storia terribile ma si pensa che tutta la mozzarella sia prodotta lì, lo stesso per verdure e pomodori. Da Expo, dal governo e soprattutto dalla nostra regione ci saremmo aspettati dicessero che noi abbiamo produzioni controllate e sane, mostrando gli sforzi fatti per mappare il territorio e dire esattamente quali sono, invece, le aree contaminate». Va detto che la Regione ha gestito la vicenda Terra dei Fuochi con impegno ed equilibrio. Questo, però, significa che non siano stati fatti sversamenti criminali e che non ci siano zone inquinate. Manna: «Ma c'è gran confusione sull'esito dell'intervento. Quanti sanno che la mappa è stata completata?». Amendolara: «La mappa è stata comunicata, però non cancella l’allerta». Purtroppo, il problema Terra dei Fuochi non può dirsi risolto. In Puglia si organizza anche una fiction da mandare in onda in prima serata, un danno d’immagine incalcolabile. Amendolara: «Uno degli attori è Beppe Fiorello». Gambardella: «Ma l'inquinamento in Terra dei Fuochi è zero rispetto ad altre zone del Nord Italia, ad esempio». Manna: «Perché non mostrare la sicurezza nella catena alimentare in Campania?». Caputo: «Noi siamo maestri del massacro mediatico. Ma Expo è uno di quei momenti per raccontare fuori dai confini nazionali che il nostro è il Paese del buon cibo e del buon vivere, come del resto all'estero ci viene riconosciuto. Giochiamo in casa, tra l’altro noi abbiamo fatto una battaglia e siamo riusciti a mettere i forni a legna nel padiglione Italia. Anche grazie a investimenti privati, abbiamo l'enorme fortuna di poter rappresentare questo». Come fare business attraversol'Expo? Caputo: «A fine Ottocento, Cirio inventò il pomodoro pelato, diventando un marchio. In occasione della kermesse, finalmente, abbiamo imparato che la politica deve fare un passo indietro e gli imprenditori un passo avanti per promuovere prodotti industriali». Lorenzo Diana, presidente del Centro agroalimentare di Napoli: «Non sono d'accordo, la politica deve fare 10 passi indietro ma le istituzioni devono fare 100 passi avanti. Nessun privato, tranne le multinazionali, può consentirsi i costi di Expo. Difatti, noi avevamo preventivato uno spazio, come centro Napoli, ma abbiamo dovuto rinunciare per i costi. Spettava alle istituzioni garantire questa vetrina, anziché prevedere spot inutili. Ma l'Expo resta una grandissima occasione, che va utilizzata. Per questo, i 5 maggiori mercati italiani – ossia Napoli, Roma, Firenze, Milano e Torino – alla fiera che si terrà dal 20 al 22 per la prima volta parteciperanno insieme, in un unico spazio». Cosa propone? Diana: «Non c'è stato finora un piano di coordinamento delle Asl nel monitoraggio, pur se le stesse imprese lo sollecitano e una società campana ha brevettato l'idea di un marchio unico, collegato a una piattaforma informatica che dà la possibilità di avere certezze nella tracciabilità dei prodotti e verificare l'esito degli esami». Amendolara: «Per realizzare il Qr code la Regione ha messo in campo quasi 17 milioni, il progetto non si è arenato. Gli spot servono proprio a narrare le bellezze nostrane ma c'è addirittura un sito internet che si chiama Campania sicura e serve a diffondere i dati sui controlli». Previsioni per il post-Expo? Diana: «Credo vivremo di rendita per un periodo medio, grazie al binomio rafforzato Cibo-Italia. L'augurio è che il governo possa enfatizzare ciò che avremo in eredità dall'Expo e noi fare sistema sulle eccellenze in questo settore. Non attraverso finanziamenti, ma con piattaforme anche logistiche che valorizzino impegno e capacità, assenti anzitutto a Napoli. Si pensi ai 4 milioni di croceristi che ogni anno sbarcano nel golfo: per conoscere meglio il cibo campano dove potrebbero andare?». Caputo: «Resterà un flusso turistico fortissimo diretto verso l'Italia per mangiare e conoscere il nostro cibo». Manna: «Se faremo sistema, 20 milioni di visitatori torneranno a casa con un bel ricordo. L'Expo dovrebbe lasciare questo segno positivo. È una grossa opportunità, noi come Campania dobbiamo coglierla. Possiamo farlo, come dimostra l'impresa stessa di Rosso pomodoro: abbiamo 20 punti vendita a Milano, il primo aperto nel '97 e allora avevamo il dubbio se fare la pizza napoletana o alla milanese ma decidemmo per la mozzarella, l'olio di Sorrento e andò bene. Se quell'opportunità l'avessimo giocata in modo sbagliato, probabilmente l'avremmo sprecata». Gambardella: «Anzitutto, la mia proposta è riportare qui un pezzo di Expo. La piazza coperta del padiglione sul Mediterraneo, che è grande quanto un campo di calcio, si può smontare e rimontare ovunque. Sarebbe bello immaginare che, terminata l'esposizione, questa piazza potesse arrivare a Napoli, vicino al mare, in una periferia difficile, come luogo di convivialità. Qui abbiamo bisogno di una narrativa visiva. La fortuna delle precedenti edizioni dell'Expo è dovuta anche ai luoghi stessi costruiti intorno all’evento. Un esempio su tutti: Parigi senza la Tour Eiffel non sarebbe Parigi». Diana: «La piazza potrebbe essere rimontata nel parco mai nato della Marinella». Orefice: «Invece, io spero non resti niente da un punto di vista strutturale, lo spazio Slow Food è stato progettato per portarne un pezzo nelle scuole e darne altri alle associazioni. Dal punto di vista ideale, spero restino contenuti e idee da mettere in campo. Un obiettivo è certamente la riduzione degli sprechi alimentari, perché la nostra idea di cibo è che prima di lavorare sugli Ogm è decisivo ridurre quanto viene gettato. Un modo per riuscirci è puntare sulla biodiversità. E la rappresentazione di questo sarà importante: inizieremo a discuterne con Gaetano Pascale, presidente di Slow Food Italia, e Fabio Terribile, professore di podologia di Agradia alla Federico II: si parlerà anche di suolo. Chiuderemo con i giovani, con un'intuizione di Carlo Petrini: 4000 agricoltori under 30 riempiranno i padiglioni. Infine, Expo popoli, cui aderiamo come fondatori assieme, tra gli altri, alle Acli e a Legambiente, sarà l'occasione per parlare del futuro». Amendolara: «Se riuscissimo a lasciare il segno attraverso la Carta per l'infanzia e il progetto di educazione alimentare, l'Expo sarebbe davvero un esempio di best practice. Inoltre, vorrei che tutti gli eventi realizzati nei 6 mesi possano diventare strutturali e duraturi nel tempo». Di Martino: «Dell'Expo resterà quello che noi riusciremo a mettere dentro. Io cercherò di fare la mia parte e portare a casa un pezzetto-ricordo. L'esposizione universale, del resto, tornerà in Italia tra 200 anni. Come il pomodoro pelato di Cirio, sarebbe bello che i miei pronipoti trovassero ancora la pasta Di Martino, Antonio Amato e il pastificio dei Campi che per 103 ha resistito, e spero resista ancora». (Il Mattino)
Inserito da: Annalisa Cinque
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