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Notizia del 28/02/2007
GIANLUIGI ORSOLANI COME TRADIZIONE COMANDA
A San Giorgio Canavese il passito è quello di Caluso, prodotto dal vitigno che rappresenta l’eccellenza di questo territorio: l’Erbaluce. Nelle cantine dell’azienda vitivinicola Ortolani poi, a questo vino viene dedicata particolare attenzione, dalla scelta delle uve fino all’imbottigliamento. Il risultato si chiama Sulè, un nome che in dialetto piemontese significa solaio. Il sottotetto, infatti, è proprio il posto dove gli acini dell’Erbaluce vengono messi ad appassire dalla raccolta, che in genere avviene qualche giorno prima della completa maturazione, in modo da avere frutti il più possibile integri, sino al mese di marzo. Poi è la volta della fermentazione in botti di rovere e di un lungo invecchiamento. Il risultato è un vino dolce, grazie al notevole residuo zuccherino, ma mai stucchevole perché bilanciato da una adeguata acidità. All’olfatto presenta sfumature che vanno dal miele d’acacia ai profumi della frutta mentre il sapore esalta i picchi tipici dell’Erbaluce con in più una viscosità che è impossibile non sentire al palato. Un gusto inconfondibile e forse ancora poco conosciuto, dal momento che le bottiglie che escono ogni anno dall’azienda Ortolani sono quasi 10 mila, circa un decimo dell’intera produzione del vitigno canavesano. Una produzione di nicchia che però non ha impedito al Sulè di affermarsi nel mondo dell’enogastronomia: proprio di recente, infatti, è stato insignito del prestigioso riconoscimento dei "tre bicchieri".
Il punto di forza dei suoi vini, secondo Gianlugi Orsolani, padrone di casa delle cantine di San Giorgio che appartengono alla sua famiglia da generazioni, è quello di «non seguire le mode ma la tradizione, riservando grande attenzione alla scelta della materia prima e al momento dell’ossidazione, che deve permettere all’uva di respirare per mantenere intatta la nobiltà del sapore tipico dell’Erbaluce». «Non cerchiamo soltanto di produrre un vino migliore di quello della concorrenza- spiega- ma di migliorare la nostra stessa produzione anno dopo anno».
E proprio nel segno del rispetto delle tradizioni è nata Anima, l’associazione fondata dallo stesso Orsolani nel 2005 che riunisce i produttori di spumante da vitigno autoctono con metodo classico. Vere e proprie mosche bianche, dato che rappresentano solo il 5% degli spumantificatori italiani. «L’idea è nata perché abbiamo notato che la maggior parte degli spumanti sono realizzati dallo Chardonnay e dal Pinot nero- spiega ancora Orsolani- seguendo il procedimento che si utilizza in Francia. E allora dov’è la nostra tipicità? Per un cinese acquistare uno spumante francese o italiano in questo caso sarebbe identico e probabilmente finirebbe col preferire l’originale. Così abbiamo deciso di unirci, per trasformare la nostra particolarità in forza: per ora siamo circa 30 cantine e una ventina di soci, ma siamo già diventati i referenti per il metodo classico sul territorio nazionale».
Carola Quaglia
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