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Notizia del 07/08/2006
EQUIMANA: LA SICILIA IN MOSTRA CON I SUOI GIOIELLI A FELTRE
La giornata è calda, una di quelle afose, umide e appiccicaticcie che incollano raso suolo chiunque tenti di camminare sotto il solleone. Non c’è un alito di vento e l’unica sensazione di fresco viene dall’acqua della fontana di Campo Giorgio. Eppure non siamo nel Sahara. A guardare per aria, si vedono i contorni delle celeberrime montagne che si ritrovano nei libri di Dino Buzzati, le Dolomiti che guardano la vallata del Piave e davanti ci sono le mura medievali di Feltre, uno dei cammei delle cittadine minori venete, dove dal 10 al 16 luglio si è svolta la manifestazione “Equimana, cavalli, cavalieri, storie e passioni”.
Una settimana dove il protagonista è proprio lui, il cavallo, animale d’elìte, che sta tornando alla ribalta grazie anche alla crisi energetica che stiamo vivendo, e per quella riscoperta della campagna e del naturale che sta accompagnando la nostra società. Allestimenti di box di cavalli, sfide equestri, passeggiate in carrozza, gare con cavalli da tiro e giornate a tema western e medievale.
Il tutto accompagnato da un percorso “Saperi e sapori” che ha fatto conoscere ai visitatori dell’evento specialità e caratteristiche da tutta Italia, dove sono eccelse quelle siciliane che sono state esposte in un enorme stand in Piazza Isola, ai piedi della parte vecchia di Feltre.
Ma andiamo per ordine.
I PISTACCHI DI BRONTE.
Davanti al loro espositore gli avventori sostavano ad occhi chiusi, il naso all’insù, il bicchierino in mano, l’espressione estasiata. Nessuna tecnica yoga o guru da adorare, stavano solo assaporando una eccellenza siciliana. Avete mai assaggiato il caffè al pistacchio? Un piacere deciso, forte, che avvolge il palato. Il gusto della crema al pistacchio si sente a tutto tondo e non si mescola a quello del caffè, ma ne esalta la fragranza. Non un aroma alterato, casomai un sapore aggiunto che avviluppa i sensi del gusto e odorato. Un nettare di dei. Provare per credere!
E’ la signora Zina che lo fa assaggiare a tutti, con quella cordialità e gentilezza che è propria dei siciliani, mentre il marito Pietro Bonaccorso, spiega e fornisce notizie su questo frutto misconosciuto.
La loro impresa artigiana non a caso si chiama “Evergreen”, sempreverde, il colore del pistacchio, ovvio. Vivono e lavorano a Bronte, ai piedi del monte siciliano più famoso al mondo, il vulcano Etna, dove questo frutto è caratteristica ed eccellenza del territorio, tanto che se ne sta richiedendo la D.O.P., Denominazione di Origine Protetta.
Pietro ci dice che il pistacchio tostato e salato che noi troviamo nei nostri supermercati e che mangiamo normalmente come frutta secca, viene dall’Iran. Iran? Meno male che l’Italia si batte in seno alla Comunità Europea per la tracciabilità del prodotto cosicché un consumatore possa perlomeno scegliere se mangiare e basta o gustare prediligendo un prodotto di qualità e di provenienza sicura. Il pistacchio iraniano è di forma allungata, mentre quello di Bronte ha una forma più panciuta, rotonda, delle proprietà organolettiche particolari dovute ai minerali contenuti nella pietra lavica su cui cresce la pianta, e costa mediamente un cinquanta per cento in più. E ci spiega i motivi.
Lo sapevate che il pistacchio è una pianta spontanea? Ai piedi dell’Etna ce ne sono ettari. Il terreno del vulcano è particolare, molto fessurato e secco. Il pistacchio che cade dall’albero si annida nelle spaccature del terreno e da origine naturalmente alla pianta. Il frutto è come quello di una noce o una mandorla, composto da mallo, guscio e gheriglio, e si chiama drupa. Il suo colore si trasforma dal rosso al bianco tra giugno e settembre, quando avviene la raccolta, fatta entro due settimane. Il periodo è così breve, perché dal momento in cui il frutto diventa di colore bianco, ed è quindi maturo, questo tende a staccarsi dall’albero e finire nelle crepe del terreno vulcanico disperdendosi. Viene poi smallato e asciugato all’aperto, su stenditoi. Non si usano forni perché il processo industriale ne altererebbe gusto e proprietà. Un prodotto del tutto artigianale dunque.
Da tenere presente che i pistacchietti non vengono innaffiati e maturano sotto il sole senza alcun intervento da parte dell’uomo. Ed è per questo che vengono raccolti i frutti negli anni pari, mentre in quelli dispari viene fatta in primavera la sgemmatura delle piante, per far si che l’anno successivo si generi un frutto forte e copioso.
Ogni due anni infatti Pietro compra dagli agricoltori 1500 quintali di pistacchi già smallati ed asciugati.
Possiede le macchine che servono a sgusciare il prodotto. Una curiosità: sono state progettate e costruite quarant’anni fa da un ingegnere militare, di nome Ottaviani, che aveva sposato una catanese. Questi aveva notato che a Bronte la sgusciatura del pistacchio avveniva in maniera manuale e laboriosa. Il frutto veniva appoggiato con la parte terminale sullo sciffo, un mortaio di pietra lavica, dove la porosità faceva da cuneo ad una estremità del guscio, che veniva poi tolto battendo l’altro capo con una pietra liscia di fiume. Quanto prodotto rovinato da incisive battiture e quante dita rotte!
E qui ecco il genio militare. Sfruttando il principio della mitragliatrice che ha un percussore che batte sul proiettile, l’ingegner Ottaviani costruì una macchina per lavorare pistacchi che così vengono sgusciati ad uno ad uno. Pietro ha dieci di queste macchine, e nonostante che nel mercato ne esistano di ultima generazione molto più veloci, continua ad usarle con soddisfazione, perché a differenza delle altre non graffiano e mantengono integro il prodotto e quindi il sapore. Riescono a lavorare una tonnellata di pistacchi al giorno. Il prodotto ottenuto viene poi conservato in celle frigo per preservarlo dai parassiti come la tignola.
I pistacchi sgusciati vengono venduti ai salumifici che producono mortadelle soprattutto in Emilia Romagna, a Rimini e a Parma o all’industria dolciaria per torte e torroni.
Oppure vengono semilavorati: dalla frantumazione ne fuoriesce una farina senza glutine, adatta per fare dolci o condire la pasta ad uso parmigiano. Con l’aggiunta di olio di semi di girasole e sale se ne può fare un pesto, mentre lavorato con la cioccolata bianca diventa una crema per i caffè o le crespelle. Con prodotto appena tostato e raffinato si ottiene una pasta liquida per fare il gelato. Una versatilità che ne ha permesso la diffusione capillare dalla Sicilia fino al Trentino.
Per chi volesse assaggiare un’autentica novità, ecco due ricette semplicissime per un dolce casalingo e un sugo per pasta che Zina ci consiglia.
Torta di pistacchio
6 uova intere
200 gr. di zucchero
300 gr. di farina di pistacchio
1 bustina di lievito
Sbattere assieme uova e zucchero fino ad ottenerne una spuma morbida. Quindi amalgamare la farina con delicatezza e per ultimo aggiungere la bustina di lievito. Versare il composto in una tortiera e farlo cucinare per trenta minuti in un forno precedentemente portato a 180°.
Pennette al pesto di pistacchio
Per sei persone.
600 gr. di pennette
150 gr. di pesto di pistacchio
mezza cipolla
una fetta di prosciutto cotto o pancetta
400 gr. di panna da cucina
pistacchio tritato
Fate rosolare la cipolla, aggiungere il prosciutto o la pancetta tagliata a dadini, versare la panna da cucina e il pesto. Fate saltare in padella le pennette già scolate. Servire il tutto spolverizzato con il pistacchio tritato.
Semplice no?
Lieta Zanatta
La famiglia Bonaccorso ha in Bronte il magazzino e il laboratorio:
Evergreen di Pietro Bonaccorso
Lavorazione Pistacchio di Bronte e Derivati
Prodotti per Pasticceria e Gelateria
Viale J.F. Kennedy
Zona artigianale – Capannone n° 22
95034 Bronte (CT)
tel. 095 772 4121 – Fax 095 772 4291
sito: www.evergr.it – e-mail: evergreenpietro@tiscali.it
LA SALSICCIA PASQUALORA DEI MONTI EREI
Nelle famiglie contadine dei Monti Erei, al centro della Sicilia nella provincia di Enna, si usava tenere due maiali: uno veniva macellato prima di Natale e mangiato per le feste, il secondo veniva abbattuto durante il periodo carnevalizio e i suoi insaccati erano preparati alla vigilia di Quaresima. Questo era il periodo però in cui non si mangiava la carne di maiale e la lunga salsiccia che si otteneva veniva messa ad asciugare nelle cantine piegata in due e ancorata a delle canne fino a Pasqua, quando veniva consumata nel pranzo rituale familiare. Ecco perché del nome Pasqualora. Ha un sapore dolce, leggermente aromatizzato ed è una delle innumerevoli specialità della terra di Sicilia.
E’ il cavallo di battaglia tra le specialità prodotte dall’Azienda Agricola Mulinello di Leonforte, a Enna, amministrata da Gaetano Cipolla, un simpatico e gentile signore, presidente del Consorzio Regionale Allevatori Aras Enna, che riferisce all’A.I.A., Associazione Italiana Allevatori e che ci parla della sua ditta. Con lui, altrettanto gentile e disponibile, Maurizio Melillo, funzionario dell’A.R.A.S. di Enna
L’impresa ha un allevamento di circa cinquecento scrofe a ciclo chiuso, animali del peso che va dai 110 ai 120 chili, nati e cresciuti in Sicilia, un proprio macello e laboratorio per la vendita di carne a terzi e la lavorazione degli insaccati con budello naturale e legati interamente a mano. Un salame molto venduto è fatto con la carne del suino nero dei Nebrodi, la zona a nord della Sicilia tra Cefalù e Patti, un tipo di maiale la cui caratteristica è che viene allevato allo stato semibrado. L’alimentazione naturale fa si che le carni dell’animale abbiano delle proprietà come: basso contenuto di colesterolo, alti livelli di acidi grassi insaturi, tessuti compatti.
La produzione è di circa 25.000 chili di salumi all’anno e il clima mite della zona fa si che nelle stagioni autunnali e primaverili si proceda ad un’asciugatura esterna del prodotto.
Oltre alla salsiccia pasqualora, un altro prodotto trasformato e lanciato con consenso di pubblico oramai da quattro anni dall’Azienda Mulinello è la Chebab (scritto all’italiana) di carne di maiale. Il nostro signor Gaetano ha semplicemente sfruttato il successo che la kebab tradizionale sta avendo nella nostra società, importata dai medio orientali e diffusa soprattutto tra i giovani, che la vedono come un diversivo al classico panino. E’ un piatto mediterraneo molto diffuso, basta pensare al ghiros in Grecia. La Mulinello oramai ne distribuisce cinquantamila chili in tutta Italia, la si trova perfino alla famosa Birreria Pedavena, dove il piatto o il panino viene accompagnato dalla Salsa Belvedere, anche questa di produzione propria, a base di salsa d’arancio, l’agrume immagine della Sicilia.
Una cosa di cui ci parla il signor Melillo è la vendita on-line. Basta cliccare sul sito www.aziendamulinello.it e compare l’immagine di un paniere di prodotti dall’aspetto invitante capaci di soddisfare i palati più esigenti. La salsiccia pasqualora, il salame “Nero dei Nebrodi”, la pancetta piana vengono offerti assieme ad altre prelibatezze tutte siciliane come: il maccu di fave, la caponata, vino e olio extravergine, ricotta salata e il Piacentinu Ennese, un formaggio dal profumo particolare perché fatto di latte crudo, pepe nero e zafferano e lasciato maturare nei canestri, lo si vede dai segni esterni sulla forma lasciati dalle verghe. Il tutto viene consegnato a domicilio in tutta Italia al prezzo unico di 95,00 euro dentro una cassettina ripieghevole di legno. Una vendita che sta dando molte soddisfazioni sia all’azienda agricola che al consumatore, che ha la possibilità di conoscere i prodotti di sicura provenienza siciliana direttamente a domicilio.
Nello stand che ci ospita Gaetano e Maurizio ci fanno assaggiare il Pandittaino, un tipo di pagnotta fatta con grano duro della Sicilia che sta pure ottenendo la DOP. Impastato con le noci, con i pomodori secchi, al naturale… niente di meglio da assaporare con dei prodotti supremi che ne fanno il vanto della gastronomia italiana nel mondo.
Lieta Zanatta
Azienda Agricola Mulinello ®
Contrada Piano Comune - Assoro (EN)
Casella Postale n° 177 – 94013 Leonforte (EN)
Tel. 0935 904950 – 0935 901858 – 0935 901495
Fax 0935 902700
www.aziendamulinello.it
L’ARTEMISIA DI CALTAGIRONE.
L’arte della ceramica è nel DNA degli abitanti di Caltagirone, in provincia di Catania. E’ una città dove si vedono ovunque colori smaglianti, piastrelle e ornati che ne decorano gli edifici e la rendono unica. La ceramica è cultura in questa cittadina, dove chiunque, artigiano, operaio, insegnante, amministratore, ha un’autentica passione per quest’arte minore, e dove i più talentuosi frequentano la famosissima scuola per ceramisti e decoratori.
Lo stand siciliano a Caltagirone ha un angolo sgargiante fatto di questi oggetti artistici: piatti, vassoi, boccali, bottiglie, quartere o orci enormi, cache-pot che diventano tavolini di pietra lavica maiolicata e teste di moro gigantesche che fanno da base per ripiani. E poi lampadari, copri interruttori, pendagli per collane.
Una caratteristica, tra tutti i pezzi esposti, è il boccale tipico di Caltagirone, il “Bevi se puoi”, una brocca che contiene nascosto nel suo bordo una cannuccia dalla quale viene aspirato il liquido che viene versato nel contenitore, e che passa prima sul manico utilizzando un ingegnoso trucco.
Un altro boccale è il “Bummulo malandrino” che viene riempito di vino da un cono posto sul fondo del manufatto e che cade sulla sua pancia una volta rivoltato.
C’è un piatto enorme, alto almeno mezzo metro, dove al centro dipinto Poseidone che esce dalla spuma marina su una quadriga di cavalli. Un disegno delicato, quasi onirico, dai contorni decisi e particolari ricercati. Fabio Ruscica, il ceramista creatore di tutti i pezzi esposti indica la decoratrice, o meglio, la pittrice della meraviglia. L’Artemisia di Caltagirone è la moglie Carmela, una ragazza piccola dal faccino delicato, senza trucco, sguardo timido e un sorriso appena abbozzato. Mostra gli altri lavori che ha fatto: la guerra saracena, mori e cristiani che si affrontano a cavallo e si rincorrono sulla pancia di un vaso enorme, una fanciulla dalla lunga veste che legge ai piedi di un albero, una madonna con bambino che sembra quasi ridere, ghirlande di limoni e pomi granati i cui colori risaltano come fuochi d’artificio.
Delle maioliche con soggetto religioso decorano la casa del vescovo di Caltagirone, mentre una quartera che raffigura la Madonna del Ponte impreziosisce una chiesa del paese. Una enorme pàtera con dipinto l’abitato antico della cittadina è finito addirittura come regalo in Vaticano.
Impossibile non riconoscerne il tratto d’artista fuoriclasse. Se nel 600 Artemisia Gentileschi si fosse dilettata sulla ceramica piuttosto che sulla tela, i risultati probabilmente sarebbero stati gli stessi.
“Quando dipingo, il tempo per me si ferma, non lo sento più scorrere. – dice Carmela - Quanto ho impiegato a fare il Poseidone? Una settimana, però questo non è un metro né una costante per gli altri lavori. Dipende dal soggetto e dall’ispirazione che ho. Dipingere è la mia passione, e i decori di tutti i lavori qui esposti sono miei. Da dove copio i soggetti? Da nessuna parte, sono nella mia testa. Ho fatto questo lavoro per quindici anni per altri ceramisti e così ha fatto mio marito. Ora assieme in un laboratorio tutto nostro stiamo realizzando il nostro progetto di vita che appaga anche le nostre passioni”.
Lieta Zanatta
Su ordinazione Fabio e Carmela realizzano qualsiasi cosa, dalle bomboniere alle piastrelle per bagni e cucine.
Ceramiche Ruscica di Marino Carmela
Laboratorio: Contrada Saracena
Negozio: Via Luigi Sturzo, 75
95041 Caltagirone (CT)
tel. 338 716 94 38 – 335 172 66 14
e-mail: marino.carmen@tiscali.it
LE RISERVE NATURALI DELLA SICILIA
Una presenza importante tra gli espositori della Sicilia è l’Azienda Foreste Demaniali per la Provincia di Enna. Nunzio Caruso, il direttore responsabile provinciale, è qui per promuovere un gemellaggio fra le Aree protette del sud Italia e quelle del territorio delle Dolomiti.
A.F.D. si occupa della conduzione dei boschi siciliani e gestisce ben trentadue foreste regionali sulle ottanta esistenti, ognuna con una superficie media di duemila ettari circa.
Il compito principale è proteggere i luoghi con il rischio di forte antropizzazione. Ovunque ci sia il pericolo che scompaia anche una delle peculiarità di un territorio, questi viene posto sotto protezione. Un esempio? Sulla riserva Monte Altesina c’era il rischio che si estinguesse il picchio rosso, così un’intera area di ottocento ettari è stata messa sotto protezione a salvaguardia di questa specie.
E questo viene fatto con dei precisi criteri:
- delimitando l’area sulla quale vengono posti dei vincoli;
- inibendo l’attività venatoria;
- inibendo l’attività edilizia;
- monitorando le presenza di tutti gli esemplari posti sotto protezione.
Un lavoro concertato con gli Istituti di Agraria, Veterinaria, Ingegneria forestale delle Università di Catania, Palermo e Messina. Ne è esempio la Riserva Naturale del lago di Pergusa, dove a distanza di tanti anni è ricomparso il gallo cedrone, e questo vuol dire che è stato ricreato l’habitat naturale, che ha permesso anche la presenza oramai comune in altre aree di specie come gatto selvatico, cinghiale, daino, coniglio selvatico, lepre, pernice,
Tra le varie mansioni dell’Ente c’è anche quella di recuperare fabbricati rurali storici e vecchie masserie, che vengono adibiti a centri per visitatori o a rifugi forestali messi poi a disposizione dei gruppi organizzati.
Nelle provincie di Catania, Messina, Ragusa, Enna e Palermo sono stati istituiti cinque centri per il recupero della fauna selvatica, ovvero ospedali dotati di sala operatoria e radiologia dove vengono ricoverati animali feriti, che vengono quindi curati, riabilitati e poi reimmessi in libertà. Chiunque incontri un animale ferito, può chiamare subito il 1515, dove risponde il Corpo Forestale della Regione territoriale di appartenenza, che è un servizio valido per tutta l’Italia. Il numero è valido anche per segnalazioni in caso di incendi o inquinamento ambientale.
Non è stato un inizio facile quello dell’Azienda Foreste Sicilia: agli albori degli anni ’80 ha posto, nelle aree sotto protezione, dei vincoli che hanno provocato una reazione negativa da parte delle collettività interessate. C’è stato quindi un lavoro anche di atteggiamento mentale, visto che l’Azienda ha cercato di sfruttare questa attività di protezione come un momento di sviluppo dell’uomo e dell’ambiente, creando delle aree attrezzate, sentieri e aree di sosta per pic-nic. Non si è dunque tolta alcuna libertà personale ma provocato una serie di stimoli per lo sviluppo dei flussi turistici.
Infatti si sta sviluppando un progetto di sinergia con altri Enti per coniugare il turismo archeologico e quello ambientale, e a questo scopo l’A.D.F. di Enna è entrata come partner nella costituzione dell’European Geopark, un parco europeo che abbraccia centomila ettari di territorio. Anche perché ci sono richieste di turismo specializzato, come quello speleologico, per esempio, o eno-gastronomico, quest’ultimo caratterizzato da percorsi delle Strade dei Vini o dei Formaggi.
Ultimamente c’è una grande sensibilità per questi progetti da parte del governo regionale che sta puntando molto alla valorizzazione dei prodotti tipici, uno dei motivi della presenza dell’Azienda Demaniale Foreste ad Equimana.
Per chi volesse scoprire le peculiarità di questi innumerevoli parchi, può informarsi Via Internet al sito www.regione.sicilia.it/agricolturaeforeste/azforeste, trovando poi per ogni provincia da visitare il relativo U.R.P., Ufficio Relazioni con il Pubblico.
Lieta Zanatta
Azienda Regionale Foreste
Ufficio Provinciale di Enna
Via Piazza Armerina 29
94100 Enna
tel. 0935 525 111
www.regione.sicilia.it/agricoltura/azforeste
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