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L'ecomuseo del Vajont

Notizia del 03/07/2011

Il nome del Vajont è inesorabilmente legato al dramma del 1963. Era il 9 ottobre. Una frana enorme, mezza montagna, si staccò dal monte Toc (contrazione di patoc, in friulano significa marcio) precipitando nell’incavo artificiale formato dalla diga costruita per fermare le acque del torrente Vajont, che lungo la valle omonima si getta nel Piave.

Quasi duemila morti. Una tragedia immane. Non si trattò di una sciagura naturale, ma l’esito dell’incuria, dell’imperizia, della superficialità degli ingegneri e dei geologi che sovrintendevano alla diga, come denunciava, inascoltata, una giovane e coraggiosa cronista dell’Unità, Tina Merlin. Il dramma del Vajont, la frana e la diga hanno una vasta letteratura. Scientifica e di cronaca. Anche cinematografica e teatrale, come la vibrante ricostruzione fatta da un veneto doc: Marco Paolini. Per quanto paradossale, lassù nella vallata nessun abitato si chiama (né si chiamava) Vajont. Questo nome è stato dato al paese ricostruito, innaturalmente, a valle, addirittura in pianura, sulla strada che da Maniago va verso Pordenone. Un’altra scelta perlomeno discutibile.

La diga è rimasta in piedi anche dopo l’enorme onda provocata dalla frana. Il muro d’acqua quella notte si alzò per ben 250 metri oltre il bordo della diga per precipitare poi verso valle, verso Longarone, dopo aver trascinato via gran parte dei paesi di Erto e Casso.

Ora è un luogo di “visite”. La morfologia della montagna, il segno indelebile della ferita della frana sul fianco del Toc. L’orrido del torrente sotto la diga, le gallerie artificiali, la passeggiata sulla costruzione. Tutto parla ancora oggi della sciagura. I segni sono ancora presenti. I racconti dei superstiti e dei primi soccorritori testimoniarono lo stravolgimento provocato dalla frana. Ai loro occhi si era presentato uno spettacolo irreale. La forza dell’acqua aveva sfigurato per sempre lo scenario della valle. Un mare di fango e di detriti.

Ora la natura ha ricomposto e ritessuto con la sua lenta e inesorabile pazienza un nuovo paesaggio. La diga è alla sommità della vallata. Salendo lungo la Val Cellina da Monterale, dopo Maniago, si attraversa Barcis, lasciando ai margini della strada Andreis e Claut, fino a Cimolais, da dove parte la Val Cimoliana (punto di partenza per la Val Montanaia e il suo Campanile). Si sale ancora al passo di Sant’Osvaldo. Linea di demarcazione tra la Val Cellina e la Valle del Vajont. Un confine idrografico. Oltre inizia il Veneto, anche se il confine regionale è sulla diga. A Casso si parla un dialetto quasi bellunese.

In questa valle aspra e selvaggia la ricomposizione del dramma di quarant’anni fa è stata difficile. Da qualche anno è sorto un “ecomuseo” del Vajont. «L’idea», sostiene il suo artefice, il professor Marco Tonon dell’Università di Padova (insegna museologia naturalistica), «nasce anche con il contributo dall’associazione Tina Merlin e vuole valorizzare questa zona. Un museo ampio quanto l’intero territorio di Erto e Casso». Dopo il ’63 la comunità di questi paesi ha vissuto con sofferenza il suo dramma. «Non possiamo dimenticare che dopo la frana», continua Marco Tonon, «la ricostruzione era partita con difficoltà per la volontà della gente di non abbandonare questi luoghi. Poi c’è stato il terremoto del 1976 e del Vajont nessuno si è più ricordato».

Il Vajont aveva, dunque, bisogno di aiuto. La diga è certamente un’attrazione. Si tratta, però, di un turismo frettoloso. «Il Vajont non è solo la diga, i numeri dei metri cubi staccati dalla montagna o la velocità della frana. Non è nemmeno il numero dei morti. Il Vajont è un luogo che ha molte cose da insegnarci. La valle è straordinaria anche da altri punti di vista: naturalistico, geologico, faunistico».

La nuova iniziativa del professor Tonon ha individuato alcuni percorsi naturalistici. Sono state allestite delle sale espositive......come quelle nel vecchio Municipio di Erto o nella scuola elementare di Casso. «C’è ancora molto da fare. Bisogna lavorare per un sistema museale dell’intera Valcellina. La valle del Vajont è una porta straordinaria del Friuli per la quale passano centinaia di migliaia di persone. È necessario pensare, però, ad un turismo diverso. Non alle piste da sci. Questo è un luogo educativo.

Non bisogna mai dimenticare che ad Erto nel 1963 sono morte 220 persone. Ne sono state trovate solo 16. Le altre sono finite chissà dove. Per i superstiti l’intera superficie della frana è sacra. È la tomba dei loro morti». Sul sito dell’ecomuseo spicca una frase emblematica del cammino che stanno compiendo queste persone: «…uno specchio nel quale una comunità si rivede per poter immaginare il proprio futuro».

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Notizia n. 906 dal Friuli Venezia Giulia

 

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