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Marco Puerari : La fermata sbagliata

Notizia del 21/03/2011

Sembra, ormai, cosi lontano il periodo di boom economico post bellico. Se ai tempi di Calvino si poteva intravedere un possibile ritorno alla natura è ormai un’evidenza che nulla potrà riportarci indietro. Una città a dimensione d’uomo potremo solo immaginarla, come nel racconto di Italo Calvino.

Così nella città industriale come nelle tele di Puerari, ciò che ci rimane oggi è la solitudine dell’individuo che non è più capace di essere natura.

La città e la foresta, l’inizio e la fine del viaggio attraverso le tele dell’artista.

Nelle opere troviamo incombenti alberi, vedute di foreste e strade di campagna, rappresentate in tele di grande formato, dove prevale una forte attrazione per tinte tenui. Puerari predilige l’utilizzo della tela quadrata, nella quale è capace di catturare la scena da un’angolatura, che uno sguardo distratto non permette di cogliere

L’opposto accade, nei suoi paesaggi urbani, sono costretti a vivere in uno spazio definito, ristretto. La tavolozza diventa fredda, quasi ricoperta da una sottile nebbia, che non esiste, ma come In Marcovaldo accompagna l’artista alla ricerca di un paesaggio che non vuole più percepire ma che riscopre nella sua immaginazione.

Questa mostra rappresenta per l’artista e per l’osservatore, non, un itinerario volto al raggiungimento di una meta, bensì un viaggio interiore alla scoperta del Se.

Marco Puerari

Nato nel 1975, Puerari si è formato a Genova: prima il liceo artistico, poi l’accademia ed ancora corsi di approfondimento e stage.
Dal 1996 molte sono state sia le collaborazioni sia le manifestazioni alle quali ha partecipato

Testo critico di Luca Bochicchio

La fermata sbagliata

Le visioni del paesaggio si presentano nell'arte da tempo immemore senza soluzione di continuità, riemergendo anche dalla trama delle sperimentazioni contemporanee più estreme. Da quando l’impressionismo concepì il paesaggio moderno - seducente ancorché alieno con il suo alternarsi di città e campagna -, la ricerca visiva si è concentrata su due fronti complementari e non di rado coincidenti: gli impianti industriali “ritratti” da Bernd e Hilla Becher e la stringente alternanza di interni ed esterni nei “paesaggi umani” di Lucian Freud, gli squarci sulla realtà urbana di Edward Hopper e il paesaggio incantato, spiato attraverso un foro, di Etant Donnés di Marcel Duchamp. Suggestioni irrazionali e sguardi lucidi a volte convergono nella comune inquietudine, nel bisogno di decifrare la realtà o di romperne l’inganno.

Lo sguardo dell'artista cerca nel paesaggio ciò che della quotidianità sfugge alla comune comprensione: abitudinari, ci muoviamo nel mondo che conosciamo attraverso automatismi dettati dal nostro essere animali territoriali e, oramai, urbani. Fin da Andy Warhol (solo per fermarsi ad un'epoca non troppo remota) i dispositivi analogici, elettronici e digitali hanno illuso e illudono l'uomo di poter guardare il mondo oggettivamente, interponendo un filtro per vedere senza filtri. Anche dalla consapevolezza di una simile illusione sfumata, a partire circa dagli anni ottanta (e con insistenza sempre maggiore con la progressiva affermazione del post-umanismo negli anni novanta e duemila) si manifesta in certa arte figurativa il bisogno di riappropriarsi del territorio mentale, onirico e fantastico dell’immagine: dai paesaggi favolosi e selvaggi della transavanguardia, alle installazioni di Maurizio Cattelan e Paola Pivi, fino all’irruzione del fantastico negli interni quotidiani di Sandy Skoglund (e moltissimi sarebbero ancora gli esempi possibili).

Questo mondo immaginario, come una corrente riporta a galla i paletti e i confini ideali da fissare intorno al terreno del linguaggio narrativo e fantastico, per separare lo spazio dell’immagine da quello della realtà. Si tratta di un movimento che risponde alla forza di attrazione dei codici del racconto e del mito e che recupera il potere incantatore e rivelatore delle immagini simboliche.

Marco Puerari partecipa a questa ricerca con una notevole consapevolezza, dimostrata anche dai riferimenti letterari che ispirano recenti serie pittoriche quali Il tamburo di latta (2007) e l’inedita La fermata sbagliata. L’omonimo racconto di Italo Calvino, tuttavia, non assurge qui al ruolo di partitura o scrittura drammaturgica; si tratta piuttosto di un dialogo che l’artista stabilisce con il racconto, nel tentativo di fondere diversi linguaggi nello spazio della tela. Le immagini di questa serie pittorica appaiono narrative e non descrittive, prorompendo come tante scene di un cortometraggio, di un sogno o di un ricordo frammentario. Quando, nel racconto di Calvino, uscendo dal cinema Marcovaldo si trova immerso in una fitta nebbia che annulla i riferimenti di un paesaggio familiare, il protagonista si dimostra contento di poter riprendere il sogno del film da poco interrotto, coperto e giustificato da quel denso schermo di nebbia che lo fa perdere nella sera. Analogamente, quando leggiamo un racconto o immaginiamo una storia, il primo medium a essere coinvolto è proprio la nostra mente, che pensa per immagini.

Di fronte ai quadri di Puerari torniamo ad essere spettatori esterni e un po’ apprensivi: presi da uno stato di attesa, forse di allerta, accentuato dalle innaturali prospettive e dal sottile pulviscolo che avvolge le immagini. In quelle terre di nessuno, in quei paesaggi di confine fra natura e città, siamo istintivamente chiamati a cogliere i segnali del territorio. Come animali spaesati, fiutiamo l’incertezza dei sentieri che si dividono fra natura e luogo antropizzato, consapevoli che la rivelazione può presentarsi dietro la prossima curva, nella scena successiva. In questa dimensione antropologica, narrativa e visionaria dell’opera d’arte, Puerari rivela che “un’automobile in mezzo alla strada può essere l’indizio di qualcosa che sta per accadere, o è appena accaduto, in quei non-luoghi che sono le strade”.

Per questo carattere di sospensione, per la capacità di coinvolgere l’osservatore ad un livello inconscio, i quadri di Marco si avvicinano più agli scenari irreali del Dino Buzzati pittore e illustratore che non alle visioni urbane espressioniste e vertiginose di Alessandro Papetti (alle quali, formalmente, si avvicinano in certi casi). Del resto, è proprio in virtù della vicinanza al linguaggio dell’illustrazione e della sequenza-fumetto che le scene di Puerari comunicano con lo spettatore in maniera diretta e accattivante. Tuttavia, in questa serie il segno grafico (altre volte usato in maniera più incisiva e significante, quasi calligrafica) si riduce a poche linee essenziali, e la costruzione del quadro avviene per strati e piani sovrapposti di colore. In tal senso, è interessante l’uso combinato di acrilici e smalti, in questo senso la padronanza della tecnica consente all’artista di maturare un linguaggio personale ed autonomo rispetto sia alla formazione accademica, sia alle contemporanee tendenze figurative che rimandano al manga o al disegno e all’animazione infantili.

La prospettiva dall’alto di certe vedute non consente una visione più chiara del mondo, bensì dà l’impressione di un circuito chiuso nel quale lo sguardo ricade su se stesso. Anche il formato delle tele contribuisce a rendere palpabile il limite fra mondi diversi, incidendo notevolmente sulla percezione dell’immagine. Come già dimostrato, in modo magistrale, da Diane Arbus nei suoi celebri fotoritratti, la visione indotta dal campo quadrato rende la prospettiva schiacciante e priva di vie di fuga.

Accompagnando per passi successivi lo spettatore, in tale apparente smarrimento si svolge il gioco voluto e creato dall’artista. Proprio come nelle fiabe, l’incipit del racconto è presto scalzato dalla sensazione di dover affrontare un itinerario di dubbio e forse di paura, seguendo le tracce e i sentieri che il narratore dissemina nel paesaggio: la scia di un’automobile nella notte, le impronte nei campi accanto ai binari, un intrico di alberi, il ponte, la ferrovia, i paesi all’orizzonte e i tetti delle case, nella cui sbavatura di colore il tempo sembra essersi fermato.

La mostra sarà visibile sino a Sabato 23 Aprile 2011

Da Martedi a Sabato dalle 15e30 alle 19e30

Violabox Art Gallery

Via Trebisonda 56 C.

Genova 16129

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Notizia n. 353 dalla Liguria

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